Danila si racconta: ora conosco il tuo nome

Danila si racconta: ora conosco il tuo nome
Di D.D.M.P.     

Dedicato a tutte le persone che ogni giorno lottano, anche se non sanno per o contro cosa, ma trovano comunque un senso per andare avanti.        Questo braccio di ferro per me è durato 17 anni, ma ne sono uscita vittoriosa e rafforzata.        
Fin dall’esordio della malattia, sono sempre stata convinta che avrei vinto questa guerra che mi ero trovata a combattere all’improvviso.               

Il mio problema è iniziato in modo subdolo ed improvviso al sesto mese di gravidanza della mia secondogenita; mi sono coricata stanca ma “normale” una sera ed il mattino dopo il concetto “normale” era una cosa relativa.
Non lo sapevo ancora ma tutto il mio mondo stava per cambiare.

Non sono più riuscita ad alzarmi dal letto, o meglio mi sono alzata, preparata e sono partita per andare a lavorare; anche se sentivo una forte nausea, un senso di stordimento ed una stanchezza indescrivibile.  

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Ciò che mi ha fermata è stato il vomito che non riuscivo a controllare anche se non avevo mangiato niente.
L’altra cosa che mi ha inchiodata è che la gamba destra ed in particolare la caviglia  destra non mi reggevano.       
Ho subito pensato ad un problema dovuto alla gravidanza.       
Sono finita in Pronto Soccorso e dopo accurate indagini mi hanno dimessa con una diagnosi generica di labirintite, per la quale non ho potuto fare grandi cure se non il riposo forzato per via della creatura che cresceva sana e forte dentro di me.
Dopo la sua nascita e la ripresa del lavoro, fondamentale nella mia vita, mi rendevo conto che non era una situazione dovuta alla gravidanza ed alla sua normale evoluzione, qualcosa non andava.
A tratti avevo dei peggioramenti, poi dei momenti di remissione nei quali i miei sensi mollavano l’allerta per ripartire alla nuova avvisaglia.
La stanchezza era la cosa che mi massacrava unita al fatto che la gamba destra continuava a non  reggermi come prima ed avevo la sensazione che le caviglie fossero poco stabili nel passo.
Insomma , facevo una gran fatica a camminare e tutto sommato anche a stare ferma in piedi  avevo problemi di stabilità.       
Mi capitava spesso di dover aggiustare la postura con un mezzo passo indietro per non perdere l’equilibrio.

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Nel frattempo, tra questo problema che cominciava a stabilizzarsi, la gestione di due figli ed una casa grande, ho dovuto  ridurre il mio orario di lavoro.
Ho cominciato a fare le prime indagini e le prime visite tra OTORINOLARINGOIATRA – ORTOPEDIA  e NEUROLOGIA.
Non si capiva bene l’origine di questa “ COSA che mi lasciava con la testa confusa dai giramenti, l’equilibrio compromesso in molte situazioni ed un passo sempre più incerto ed impacciato.
Cominciarono pian piano anche i dolori, che di giorno in giorno si acutizzavano e cambiavano di sede e di natura.

Io, amante dei tacchi alti, a questo punto non riuscivo più  nemmeno a camminare con le scarpe da ginnastica.

Ho cominciato  a fare nuoto, anche se l’acqua non è il mio habitat naturale, ma mi è stato consigliato in quanto “SPORT COMPLETO”.
A parte il tornare stravolta dalla stanchezza e dalla preoccupazione crescente, la cosa più significativa erano i crampi che avevano preso piede nella mia vita, dentro e fuori dall’acqua, di giorno come di notte.
Quei tipi di crampi che ti fanno saltare giù dal letto con la convinzione di essere spezzata in due.

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Ormai ogni gesto, in casa, cominciava ad essere difficile ed ogni azione sempre più rallentata ed imprecisa, in quanto ad un certo punto anche la coordinazione dei movimenti ebbe i suoi problemi.
Per me sbattere le uova, per fare un esempio, cominciò ad essere complicato come qualsiasi gesto ripetitivo (spazzolare, grattugiare il formaggio etc.)
Mi fu consigliata un’indagine più approfondita come la Risonanza Magnetica per scagionare l’opportunità di una Sclerosi Multipla o di una Distrofia Muscolare tardiva.
Nel frattempo avevo compiuto 32 anni, crescevo due bambini piccoli e non uscivo più a piedi da casa, perlomeno non da sola, perché il mio corpo non ubbidiva più agli impulsi della mente.
Meno male che avevo la patente, da seduta ho mai avuto problemi a gestire le gambe; però nella vita ci sono milioni di gesti che  devi fare, ma che non puoi compiere con l’automobile.
Questi controlli sono continuati per svariati anni, le prime volte col terrore del risultato, alla fine nella speranza di una diagnosi certa, perché le alternative erano: stress, depressione, paranoia……..
Nel frattempo continuavo a modo mio a tenere la muscolatura più elastica possibile, sentivo dentro di me che non dovevo mollare, qualcosa prima o poi sarebbe successo.

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Così, finché ho potuto, mi sono iscritta a palestre ed ho frequentato corsi sempre più semplici fino a che non sono stata pericolosa per me e per gli altri; non volevo che qualcuno avesse problemi se mi fossi fatta male nei loro locali.
Cominciavo a zoppicare vistosamente e si spostò il bacino, così iniziai una girandola infinita di appuntamenti da professionisti e non… della medicina non convenzionale, osteopati, omeopati, chiropratici, iridologhi, ed altre categorie meno nobili.
Ho anche fatto due volte la settimana per circa sei mesi una riabilitazione molto dispendiosa a livello di tempo e di fatica presso un centro per il recupero sportivo ad una distanza di duecento chilometri circa da casa.
Mi irrigidivo sempre di più, ormai camminavo quasi esclusivamente sulle punte dei piedi, piegata sulla destra, questo per cercare un equilibrio che ormai non  esisteva più; ero continuamente sbilanciata in avanti con perdita di equilibrio all’indietro.
Nel contempo i dolori erano sempre più forti e talvolta mi gonfiavano le articolazioni, oggi poteva essere il ginocchio, due giorni dopo non usavo il gomito, la settimana a seguire si bloccava un dito della mano e così via…

Tagliai anche i capelli, sempre più corti in quanto la loro semplice manutenzione era per me un vero e proprio lavoro che si aggiungeva a tutto il resto.


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Nonostante tutto continuavo tra mille difficoltà ad andare al lavoro, era l’unica cosa che mi obbligava a sistemarmi, truccarmi per uscire fuori di casa e sentirmi viva, a dispetto del mio fisico decadente.
In  questo periodo ci fu l’opportunità di un avvicinamento a casa e lo afferrai al volo.
La mia muscolatura si irrigidiva sempre di più, per girare la testa ero costretta a fermarmi se stavo camminando, appoggiarmi ad un muro o ad una sedia e poi ruotare completamente.
Mi trovai a cadere sempre più di frequente sia da in piedi che da in bicicletta, per evitare ulteriori problemi rinunciai molto presto a quest’ultima.
Nel frattempo sono stata ricoverata due volte in ospedale, la prima volta sono arrivata carponi in Pronto Soccorso con dolori al petto ed al braccio sinistro tipo infarto ma sono stata dimessa dopo dieci giorni con una diagnosi da stress.
La seconda volta tre anni dopo, per una trombosi alla vena centrale dell’occhio sinistro con solo più quattro diottrie appannate.
Mi dissero, i medici, che avrei perso la vista da quell’occhio, io scommisi dentro di me che non sarebbe andata così, ci andò più di un anno di cure, di pazienza e di buona volontà ma ho riacquistato completamente la  vista.

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Solo molti anni dopo arrivai a comprendere che la malattia, nei suoi vari attacchi, mi aveva colpito fasce muscolari adiacenti ai problemi procuratimi.
Mi rimisi in mano ai medici; erano ormai passati cinque o sei anni quindi ricominciavo da capo un’altra volta, volevo delle risposte.

A prescindere dal fatto che non ebbi risposte in merito, mi capitò:

- di fare esami che poi nessuno valutò,
- di trovare un ortopedico che pensava di risolvere tutto con un plantare (lo studio durò tre mesi, quando poi il plantare fu partorito la pendenza era stata fatta al contrario: risultato anca e ginocchio fuori posto, sei mesi a rimetterli in sesto)
- di trovare un Primario di Ortopedia, un luminare nel suo campo, che mi disse che avrebbe dovuto rifarmi i talloni per una manciata di milioni di lire l’uno perché i miei non erano idonei al cammino.

Ma se avevo camminato fino a 32 anni, com’era possibile?
Poi ho esaurito la pazienza di un Neurologo, all’ultima visita (ovviamente  tutto quello che ho fatto sempre rigorosamente a pagamento non medici del servizio mutualistico nazionale) mi ha detto “In Neurologia non ci sono più esami ed accertamenti , non so più cosa farle fare
– Buona Sera”.

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Infine un primario di Neurochirurgia, dopo una attenta analisi di tutto, mi ha detto “Io con lei alzo le mani, mi arrendo”.
Raccontata così sembra una vicenda fantozziana, ma vissuta ( più o meno per seimiladuecentocinque giorni) nel dolore, nella solitudine e nella disperazione di qualcosa che ti annienta, ma di cui non si trova traccia, è destabilizzante!
Così, sia per alleviare la morsa dei dolori, sia per affrontare l’insonnia sopraggiunta nel frattempo, sia per l’insieme del caso incominciarono a somministrarmi antidepressivi.
Visto come si mettevano le cose, non stetti con le mani in mano e mi cercai un buon terapista per fare un percorso di analisi e per capirci qualcosa in più.
E fu così che dopo un ragionevole lasso di tempo si arrivò ad una risposta: “se c’è una lieve stanchezza mentale è dovuto al grande problema fisico

MOLTO BENE ERO AL PUNTO DI PARTENZA.

Grazie agli antidepressivi ero lievitata di venti chili, i dolori e tutti gli altri disagi erano invariati ma c’era una new entry, “tremavo”, così cominciai ad avere problemi a tenere le cose in mano ed a scrivere.
Mi rendevo conto di essere al capolinea, ormai erano passati circa dodici /tredici anni dall’esordio di questa cosa senza nome.

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Anche se ero completamente inchiodata dalla rigidità di questa muscolatura bislacca, per trovare un po’ di sollievo mi concedevo ogni tanto qualche massaggio.
Dicono che nella vita alle volte siamo messi alla prova per affrontare situazioni pesanti, ma mai superiori alle nostre forze………
Ogni tanto, in questi diciassette anni, mi sono trovata a pensare che qualcuno mi aveva sopravvalutata nel distribuire queste prove.
Ogni tanto lo sconforto prendeva il sopravvento, non capivo, non potevo farmi mettere alle corde da qualcosa che non aveva un nome, ero nelle mie piene facoltà mentali per capire che non ero una malata immaginaria, ma era sempre più faticoso trovare un medico che mi ascoltasse col cuore e non solo con le orecchie per più di dieci minuti.
Quando capivano la complessità  del quadro clinico mi liquidavano con un sorriso e la solita frase di rito:

MI SPIACE, MA NON E’ DI MIA COMPETENZA

QUINDI ?

Scoprire di chi fosse la competenza e toccato esclusivamente a me, alla mia caparbietà, alla mia voglia di vivere.

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 Negli ultimi periodi arrivavo al lavoro appoggiandomi al muro, alle sedie o a qualcuno che gentilmente mi offriva un braccio, tante volte le mie colleghe venivano a recuperarmi nel corridoio perché ero inchiodata a gambe larghe e rigide e non c’era verso di fare quei venti passi che mi dividevano dall’ufficio.

POI

Un pomeriggio, mentre stavo preparando cena ed ero sintonizzata sulla “Vita in Diretta” con Mara Venier, sentii una ragazza che testimoniava una guarigione e la sua soddisfazione di realizzare un sogno, cioè passare da anni in carrozzina ad un trekking in Nepal.
So che in quel momento, in cui anch’io stavo per attivare la richiesta per una carrozzina, mi sono detta : “altro che Nepal, mi basterebbe molto meno per essere più serena, potermi fare le pulizie senza tanta fatica o fare una passeggiata coi miei figli.
Poi la cosa mi ha incuriosita, lei parlava ed io man mano mi sono riconosciuta in questi sintomi in questa escalation di problemi; tutto questo aveva un nome “Distonia Responsiva alla levodopa” ed anche una cura.
Ho stampato dal computer tutte le informazioni e le testimonianze al riguardo e per due mesi sono stata con la testa infilata in questi appunti per studiarmi ogni singolo aspetto, per essere certa di non prendere una  cantonata, perché un’ennesima delusione non l’avrei più sopportata.

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 Mi sono concessa un’ultima possibilità, poi mi sarei arresa anche perché non avevo neanche più forza per pensare, altro che a ripartire in una nuova avventura.
Ho preso tutto il malloppo stampato e sono andata dal mio medico dicendo che mi ero riconosciuta in questa malattia e che, non avendo più niente da perdere, volevo provarne la cura; le ho lasciato il materiale dicendo che sarei passata la settimana seguente per vedere cosa ne pensava.
Nel frattempo ho prenotato una visita all’Istituto Besta di Milano, centro neurologico di eccellenza (indicato sul sito che avevo consultato).
E fu così che ho messo tutte le mie ultime energie e speranze in questo nuovo progetto, credendoci fino in fondo senza riserve.
Così, col mio medico abbiamo cominciato a scalare la cura vecchia e ad inserire a piccole dosi quella nuova. (nel frattempo ho tenuto uno scrupoloso diario di tutto quello che avveniva nel mio corpo).
Non riuscivo a metabolizzare i miei sentimenti; quando, un paio di mesi dopo, mi sembrava di avvertire sensazioni nuove, piccole variazioni, non credevo che questo potesse capitare a me.
Quattro mesi dopo era arrivato il tanto agognato appuntamento a Milano, ero ancora in uno stato pietoso, ma io ero al settimo cielo (le cose cominciavano a cambiare).

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Quando sono entrata nello Studio ed ho cominciato a spiegare a questa dott.sa (Paola) la mia situazione e lei non solo dopo dieci minuti non si era stufata, ma sapeva e capiva di cosa stavo parlando.
Sono crollate tutte le barriere che avevo dovuto tirare su contro la classe medica in generale perché ero stata troppo ferita negli anni da tanta superficialità e talvolta incompetenza.
Non è detto che perché una persona non si sappia spiegare bene oppure si spieghi bene ma non rientri nelle competenze del ramo di cura, non debba avere delle risposte.
I medici, soprattutto se sono primari o comunque molto affermati, hanno l’obbligo di mettersi in discussione e con un gesto di umiltà ed altruismo dare comunque un consiglio, informarsi anche oltre il loro “RAMO” , togliere un po’ di paraocchi e, con un po’ di umanità rapportarsi con noi persone comuni, che ci rivolgiamo a loro con tanta fiducia, non sempre ben riposta.
Tornando a noi, quando ho capito che questo medico, questa splendida donna mi capiva, non ho trattenuto le lacrime di gioia che da tanto tempo erano in stand by.
Abbiamo parlato senza fretta, ci siamo scambiate informazioni e mi ha rassicurata per quanto si può fare durante una prima visita, mi ha prescritto altre indagini per assicurarsi della situazione generale.
Dopo un anno sono tornata al controllo con i risultati delle mie nuove indagini, che per altro ha controllato con attenzione e mi ha messo a punto la cura.

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Nel frattempo le mie condizioni fisiche erano notevolmente migliorate. E’ risultata poi un’altra mutazione genetica (del PARK2),ma con le stesse caratteristiche e la stessa cura.
Ho passato mesi a studiare le mie variazioni, sono tornata indietro pian piano con molta fatica e determinazione.
Per primo è sparito il tremore, la stanchezza incominciava a moderarsi; il passo si allungava e veniva più sicuro; non mi appoggiavo più al muro o a qualcuno, la figura pian piano si drizzava.
Ogni mattina attendevo il momento di mettermi in piedi per verificare se era stato solo un bel sogno o se durava ancora.
La mia caparbietà e l’assenza di dolore mi spinge ogni giorno a fare un po’ di più ad affrontare nuove sfide, a vivere di più la vita.
Mi è stata data l’opportunità di vivere una seconda vita e quindi cerco nel limite di affrontare ogni giorno come fosse l’ultimo; mi è stato fatto un grande regalo, ma io ho messo anche tanto di mio.
Se posso permettermi non mollare mai, crederci sempre fino in fondo.
Adesso, a distanza di due anni, sono sempre sotto cura, ho raggiunto dei buoni risultati, sono completamente autonoma e determinata, ho perso una decina di chili ed ho rimesso tacco 7 (con zeppe) ma per me la soddisfazione è tale  che mi sembra tacco 12, i capelli sono sempre corti ma ormai per comodità.

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Il piede destro è comunque rimasto il mio tallone d’Achille, se sono agitata o nervosa o anche solo a ricordare tutto questo mi dà fastidio, sento formicolare, ma non è niente confronto a quello che ho passato.
Ho allungato l’orario di lavoro!
Se queste poche righe potessero servire anche solo ad una persona per uscire o migliorare una situazione complessa avrei raggiunto il mio scopo di vita.
Lo so che non è per tutti così ma alle volte nelle mani giuste e con le persone giuste ci possono essere delle soluzioni; mai darsi per vinti.
La vita è una sola, va vissuta comunque fino in fondo ed al meglio delle nostre possibilità.

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CONSIDERAZIONI A POSTERIORI

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VALUTAZIONE DEL PROBLEMA
Non riesco a capire va a giorni o a parti della giornata,
- o ho le gambe rigide e quindi non ho la possibilità di articolare bene un passo dopo l'altro (come se avessi le articolazioni montate al contrario).
-  o ho le gambe molli e tremanti che quasi non reggono il peso del corpo come se il rapporto peso/corpo fosse sproporzionato
idem per le mani
- o sono rigide e mi bruciano i nervi se cerco di afferrare qualcosa, o mantenere una presa stretta (come una biro per scrivere)
- o sono molli e senza forza e quindi mi sfugge la roba dalle mani.

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Quindi tipo un'anarchia della muscolatura:
o tirano tutti i muscoli
o mollano tutti i muscoli

UN BEL CASINO …..PERBACCO!!!!!!!!


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LA SOLITUDINE
La solitudine è quasi un isolamento forzato dal resto del mondo, sembra quasi di vivere in un mondo parallelo.
La gente anche quella che dovrebbe starti più vicina, si spaventa e si stufa facilmente di problemi che  non sono di uso comune (come un taglio di capelli sbagliato o la rottura improvvisa di un'unghia).
Una malattia importante è di cattiva gestione, non puoi rifare il taglio, magari un po' più corto, magari stai meglio di prima.
La malattia c'è tutti i santi giorni, alle volte si modifica ma a modo suo si cancrenizza dentro di te.
Tu ti senti impotente non hai belle notizie da dare non si è risolta; allora con gli altri fingi, minimizzi, e il mondo ti ignora, anche quelli che hanno l'obbligo di essere più attenti anche perchè a parole dicono di volerti bene.

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Fanno finta di niente, sorvolano, non ti aiutano tangibilmente a trovare una soluzione o un modo per stare un po' meglio e tu sguazzi nella merda ti senti morire e non capisci tanta indifferenza tanto niente tanto silenzio.
Ad un certo punto ti senti quasi invisibile agli occhi degli altri e fa si che alle volte culli il pensiero di essere pazza che il passo successivo, tanto sarebbe giustificato dalla nuova patologia, sia:

IL SUICIDIO

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IL SUICIDIO
In una mente malata è la culla sicura..... è la coperta di Linus....ti risolve il problema.
Un attimo di incoscienza o di coraggio che dir si voglia ed è fatta....

TUTTO E' SILENZIO
TUTTO E' PACE
TI SENTI LEGGERA......

Ma se la mente funziona è un problema in più che si aggiunge a tutte le altre sofferenze e per forza lo sviluppi in solitudine.
Ti fai il bilancio dei pro e dei contro analizzi tutto fino all'esasperazione.

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Ti fai tutto il piano, lo elabori, lo correggi, lo coccoli, potrebbe fare al caso tuo, con poca sofferenza trasferisci tutto il carico su altre persone.
Forse per qualcuno sei pure contenta......

COSI' IMPARA AD ESSERE TANTO EGOISTA E SUPERFICIALE....

Per altri soffri di più......

NON LO MERITANO, IO SONO EGOISTA!!!!

Eppure il pensiero si fa dolce, a più riprese lo prendi in considerazione.
Perchè pensi: non ho futuro, non riesco a vederlo, la mole del mio problema è esagerata non lascia trapelare NULLA ecco IL NULLA innanzi a me.
Poi sopraggiunge la ragione a farmi riflettere.
Ci sarà un perche' di tutto questo, ci sarà una luce in fondo a questo tunnel, voglio appurare e così si va  avanti un altro po'... un giorno, poi un mese forse passano anni, il pensiero è sempre là... ma ti dici non l'ho fatto fino ad ora.

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Magari vale la pena continuare ….magari la mia caparbietà mi premia.... Poi un altro peggioramento ...solo uno dei tanti !
Penso: forse ho perso il momento giusto per realizzare il mio sogno segreto poi mi dico “LA MIA VITA E' QUESTA” e stringendo i denti decido di andare avanti.
Così quello che è stato un bel pensiero per trovare “forse” una facile soluzione, si fa lontano nei ricordi......

NON AVREBBE COMUNQUE FUNZIONATO

i problemi si risolvono in un solo modo: AFFRONTANDOLI.

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PER RIMETTERMI IN PIEDI
Non è stato così facile c'erano degli automatismi da correggere, infatti mi sono trovata molto spesso e mi trovo ancora ogni tanto a dover lottare con la paura di non farcela...

non farcela ad affrontare le cose
non farcela per la stanchezza
non farcela perchè non so fino a che punto le pastiglie mi sosterranno
non farcela......

Così il desiderio di uscire di nuovo da sola batteva la paura e mi buttavo ...ma quel portone di casa che non varcavo più in modo autonomo da diversi anni mi terrorizzava così mi sono creata degli escamotage ….uscivo con la macchina e camminavo fuori.

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Camminavo, questa è una parola grossa , cercavo di fare quattro passi con una fatica apocalittica guardandomi costantemente i piedi perchè avevo sempre paura di un'eventuale storta che mi sarebbe stata fatale per qualche osso, data la mia rigidità.
Oppure quando non volevo avere tanti occhi addosso ,mi spostavo con la macchina in qualche paese vicino e lì cercavo man mano di fare dei passi un po' più lunghi un po' più sicuri, ma ogni giorno è diverso dall'altro, alle volte mi riusciva alle volte mi stancavo subito, dipendeva.
Ogni proposta che mi veniva fatta per uscire da quelli che ritenevo i miei ambienti sicuri, mi sembrava sempre un affronto e poi lo prendevo come sfida e cercavo in qualche modo di affrontarlo (con più o meno terrore nel cuore).
Questo per me è stato l'unico modo per abbandonare quel maledetto divano o le stampelle o la spalla dei miei figli.....ma soprattutto di tirare su la testa e guardare il mondo quando cammino, non più i piedi.
Tutto questo comunque è una conquista giornaliera, mi alzo traballo ingoio le mie pastiglie e si comincia a vivere.....

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D'altro canto è questa la porzione di vita che mi è stata assegnata e io la voglio sempre vivere al meglio delle mie possibilità, che è vero che variano di giorno in giorno, ma la vita è bella e vale la pena sempre e comunque essere vissuta.
Pensa se avessi mollato perchè nei primi periodi della cura avevo dei dolori lancinanti dappertutto, (perche' era tutto arrugginito) o se mi fossi scoraggiata perche' ero sempre per terra per un motivo o per un altro perchè volevo strafare, volevo bruciare i tempi, avevo una vita di arretrati  da vivere.
Io sentivo un po’ di energia nuova e pensavo di essere come prima, ma.... sono come adesso molto diversa ma una leonessa ogni giorno della mia vita in tutto ciò che faccio.
Questa cosa poteva annientarmi ed invece adesso andiamo d'accordo e la uso a mio favore. (nel senso che se tutto questo può essere utile a qualcuno ben venga lo condivido volentieri).

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Non ci si deve mai vergognare per una cosa che non è dipesa da noi e non bisogna mai isolarsi perchè diversi dagli altri, diversità e scambio è integrazione può essere arricchimento da ambo le parti.

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BISOGNA SAPER CHIEDERE AIUTO
Devo proprio ammettere che ho un'impostazione di vita e soprattutto di carattere molto rigida.... che mi hanno fatto comodo per certi versi nella mia vita ma è indubbio che hanno contribuito a complicarmela in altre occasioni.
Io sono così, passionale e diretta in tutto ciò che faccio non amo compromessi o sotterfugi per ottenere quello che voglio; mi sono sempre sporcata le mani in prima persona, non ammetto sconti o favoritismi e vedo rosso se mi fanno vedere il bianco per il nero....
Ho la tendenza ad essere un po' autoritaria ed a non mollare con nessuno se so di essere nel giusto, se so di avere ragione non so fermarmi, ma so chiedere scusa se sono nel torto.

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La cosa più dolorosa che ho dovuto affrontare in questo percorso è stato “CHIEDERE AIUTO” ho fatto un lungo periodo  di analisi per poterne anche solo sentire parlare, per me ERA simbolo di debolezza, sarei morta pur di non  doverlo fare, ma c'è stato un momento in cui ho dovuto ingoiare amaro ed accettarlo, perchè senza l'aiuto degli altri alle volte non si va da nessuna parte.
La malattia in questo senso è stata proprio un toccasana, mi ha permesso di togliere questa maschera per abbracciare il calore di tanta gente che mi ama e mi stima per quello che sono e questo è stato un AIUTO grande che forse inconsapevolmente mi hanno dato ma di cui io mi sono nutrita e ricaricata.
Queste persone sono la mia famiglia, le mie colleghe, una piccola schiera di amiche fidate, commercianti del mio paese, gente che mi telefona , mi scrive o viene allo sportello  dove lavoro etc., il bello di tutto questo è che loro ringraziano me (per essere uscita allo scoperto , per aver condiviso tutto questo), ma loro non sanno che io devo ringraziare tutti loro anche quelli che ho dimenticato di citare perchè hanno contribuito tutti al risultato finale.

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Oltre a questo aiuto indiretto c'è stato e c'è un aiuto molto esplicito al quale ogni tanto debbo ricorrere e del quale oggi non mi vergogno più, perchè non è debolezza chiedere aiuto, anzi ho capito che è il contrario di altezzosità, di piccolezza, di grettezza di carattere .
Chiedere aiuto per me ora è simbolo di forza.....forza di accettare che in certi momenti è bene condividere la propria difficoltà con altri non c'è niente di sbagliato niente di non dignitoso.
Ma si intende e qui ritorno io …..SOLO PER UNO STRETTO BISOGNO (altrimenti l'autostima che fine fa!!!!!!!).

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RINGRAZIO
I miei figli: sono stati la  mia ragione per vivere.

Franca, il mio medico curante che mi ha affiancata e assecondata in questa impresa titanica.

Paola e Barbara due splendidi medici dell’Istituto  Besta di  Milano.

Le mie colleghe che mi hanno sopportata e supportata.

Luisa per la correzione del testo e suggerimenti vari.

Ma soprattutto Silvia perché c’è sempre stata. tvb.