La mia amica Barbara

La mia amica Barbara
Gli amici sono un dono, ma alcuni sono un dono veramente unico perché ti insegnano cose preziose. Io ho un’amica speciale, ci siamo conosciute circa tredici anni fa in vacanza e siamo subito entrate in sintonia, non solo noi due ma anche i nostri mariti e i nostri figli.  
Da allora ogni occasione è buona per incontrarci e passare insieme momenti felici.   Mi ero accorta da subito che c’era qualcosa di particolare in lei, i tremori, quegli strani movimenti incontrollati e ho impiegato poco a capire di cosa si trattava. Non sapevo molto del Morbo di Parkinson, ma nel giro di poco tempo ho conosciuto il suo aspetto più intimo, prima ancora di quello medico.
Ho scoperto che non è una semplice “malattia”, anzi fatico a definirla tale, invece potrei dire che è mondo, una realtà dove le priorità, la logica delle cose seguono un ordine diverso dal normale. Ho avuto modo di seguire dall’inizio l’evoluzione della sua malattia, in principio era presa dalla voglia di conoscere la patologia e di sapere più cose a riguardo, poi invece ha iniziato ad ascoltare il suo corpo e i messaggi che le inviava.
Così ha imparato ad accettare la situazione, ha imparato a vivere seguendo i suoi ritmi, ma senza rinunciare a fare le cose che più la appassionano e a non sentirsi più a disagio in mezzo alla gente. Le persone come lei sanno trovare l’energia per fare cose incredibili, come arrampicarsi in montagna come uno stambecco!
Oppure quella sera, durante una vacanza, quando eravamo tutti in bicicletta, ho proposto di scendere le scale con la bici per andare a vedere le mura perimetrali del paese e solo lei ha accettato, come se non stesse aspettando altro. Per non parlare dei suoi quadri, dipinge con una precisione che viene da chiedersi quale forza strana le tiene salda la mano.  
Con lei ho vissuto un momento molto forte. Era ricoverata in ospedale per accertamenti e le avevano sospeso la terapia, nel giro di qualche ora tutto era precipitato, lei era presa da tremori e crampi incontrollabili, così ho passato la notte ad assisterla. Credo sia stata la notte più lunga della mia vita, neanche quando ho partorito i miei figli ho vissuto una notte così surreale.
Non sapevo cosa fare e allora ho pensato di chiederlo a lei, mi sono lasciata guidare da lei e ho fatto tutto quello che potevo per farla stare meglio. Sembrerà incredibile, ma nonostante la situazione sia stata tragica, quando parliamo di quella notte ridiamo insieme ripensando alle situazioni che abbiamo vissuto.   Ho imparato che questa malattia ha dei momenti “su” e dei momenti “giù”. Nei momenti “giù” non possiamo fare molto per aiutarli, se non far sentire loro che ci siamo perché è meglio lasciarli soli a concentrarsi su se stessi. Però nei momenti “su” hanno bisogno delle persone che li circondano, non hanno bisogno di compatimenti ma di stimoli a tirare fuori quella grande forza che hanno dentro, per poter assaporare la gioia di fare le cose che fanno tutti e forse anche di più. Ho scoperto che sono persone che non si piangono addosso per la loro situazione, ma vivono la vita momento per momento perché sanno che oggi stanno bene, ma domani potrebbe essere una giornata “no”.  
Ecco perché dico che questa amica mi ha insegnato molto, ho imparato a non aver paura di fare cose che sembrano difficili, ho imparato che è bellissimo mettere tutto il nostro entusiasmo e le nostre energie nelle cose che facciamo, anche se sembrano piccole cose.   Se posso dare un suggerimento a chi sta accanto ad una persona affetta da questa patologia direi: «Impara da lui la voglia di fare, coinvolgilo nel fare le cose senza pensare se sarà in grado di farle, conosce i suoi limiti, e soprattutto rispetta i suoi tempi ma non trattarlo da ammalato, è l’unica cosa che non desidera».